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Il dolore nella fase terminale della vita
La sofferenza alla fine della vita è psichica, sociale, spirituale, oltre che fisica; per questo il dolore è definito "totale". I dolori aumentano spesso in numero e intensità man mano che la morte si avvicina. La risposta appropriata sono le cure palliative, il cui primo obiettivo è il sollievo del dolore, che, pur non essendo né il più frequente né il più grave dei sintomi del malato terminale, è quello che sappiamo curare meglio. Purtroppo, benché disponiamo di mezzi idonei, i malati continuano spesso a sperimentare un dolore evitabile e non voluto; anzi, percepiscono se stessi come vittime di una doppia sofferenza: patiscono gli effetti del dolore sul corpo, sul sé e sulla vita sociale, e in più subiscono lo sguardo indagatore e incredulo di chi, a volte, considera quel dolore irreale, esagerato, manifestato in modo eccessivo.

Sono state analizzate almeno tre cause a spiegazione del pregiudizio e della disattenzione nei confronti di questi malati. La prima è il valore attribuito alla rassegnazione verso la sofferenza. Il procrastinare la prescrizione della terapia del dolore fino alla grave sofferenza del malato può essere dovuto non solo all'ignoranza dei principi fondamentali della terapia antalgica, ma anche all'idea di somministrare o prendere farmaci solo quando il dolore è insostenibile, il che implica che la sofferenza abbia qualche valore positivo. Tale riconoscimento non può avvenire, comunque, per decisione unilaterale del medico.
La seconda causa è la diversità della stima di molti professionisti rispetto all'intensità del dolore, in confronto a quella dichiarata dal malato. La terza causa è legata alla scarsa integrazione nel sistema sanitario di tutto ciò che cura il sintomo, pur senza curare la malattia, e all'idea che solo i risultati positivi in termini di guarigione o di controllo della malattia sono da valutare come autenticamente medici, anche dal punto di vista dell'impegno economico.

Esiste una tendenza generale, che riguarda la grande maggioranza degli ospedali, di delegare a competenze specifiche - quasi sempre gli anestesisti - la terapia del dolore. Ne discende una notevole difficoltà nell'organizzare le risposte alle richieste di terapia specifica e la progressiva deresponsabilizzazione di tutti gli altri medici, a riprova della frequente assenza di un impegno complessivo dell'organizzazione sanitaria. Quest'ultima tendenza può avere anche relazione con la scelta di atteggiamenti "difensivi" che possono essere utilizzati dai medici per evitare possibili conseguenze medico-legali causate dalla scelta di somministrare farmaci analgesici con potenziali effetti collaterali pericolosi.

I malati terminali devono potersi giovare di trattamenti analgesici ormai facilmente disponibili, efficaci e poco costosi, che hanno effetti rapidi e prevedibili. Solo nel caso di un loro fallimento si possono proporre trattamenti invasivi che bloccano il passaggio dello stimolo doloroso lungo le vie nervose mediante tecniche chirurgiche, elettriche o anestesiologiche. Le obiezioni principali ai metodi invasivi sono la gravosità quando causa ulteriori sofferenze, la sproporzione rispetto all'obiettivo da raggiungere, l'alto costo. E' altresì necessaria un'approfondita riflessione bioetica verso la richiesta di trattamenti anche quando essi non diano la risposta rapida del farmaco - come il rilassamento, il massaggio, la riabilitazione posturale - o verso altri interventi non convenzionali il cui effetto potrebbe essere percepito dai malati terminali come benefico.
La storia naturale dei tumori maligni, dell'AIDS e di molte malattie del sistema cardiovascolare, respiratorio e nervoso evolve spesso in una fase terminale. Tuttavia, una buona cura della fine della vita è possibile e la morte dolorosa è evitabile. È necessario diffondere la cultura delle cure palliative e degli hospice. Quando le prospettive di guarigione sono escluse e la vita del malato si approssima alla fine, l'obiettivo principale della medicina diventa l'assistenza globale al paziente, nel cui ambito è prioritaria la terapia del dolore.

Orientamenti formativi
Il cambiamento di cultura riguardo al controllo del dolore richiede interventi tanto sul versante degli operatori sanitari, quanto sull'insieme della popolazione. I sanitari sono tenuti ad acquisire e a tener conto del punto di vista del paziente - i suoi valori, le sue preferenze, la sua concezione della vita e della salute - nelle decisioni cliniche. La quantità dell'impegno antalgico, considerata in rapporto con le limitazioni che può comportare per la coscienza e per la stessa durata della vita, va valutata alla luce dell'idea di "qualità della vita" che ogni persona ha il diritto di formulare per sé. Favorire la consapevolezza e la responsabilità nei confronti della richiesta della terapia del dolore costituisce una dimensione essenziale nella promozione dei diritti umani, anche in condizioni di malattia e di bisogno. La terapia del dolore, in altre parole, fa parte integrante di ciò che una persona può e deve aspettarsi dalla medicina e dai servizi sanitari.

In questa prospettiva, il diritto ad avere una terapia antalgica efficace è solo un elemento di una strategia più ampia, che è necessario promuovere. Dare voce al dolore, facendone oggetto di comunicazione nel contesto del rapporto clinico, è una fondamentale strategia antalgica. Anche le spiegazioni religiose e mitiche del dolore, che tutte le culture hanno elaborato, e gli esempi su cui modellare il proprio comportamento col dolore possono completare l'azione dei farmaci. La risposta medica al dolore si integra con quella culturale, di cui costituisce una parte.

Il valore della lotta contro il dolore
Tra quanto è possibile e giusto fare per eliminare e controllare il dolore fisico e quanto in pratica viene fatto riscontriamo una vistosa differenza. Oggi abbiamo conoscenze adeguate relative alla fisiologia del dolore. E soprattutto disponiamo di molte metodologie di intervento - non invasive e invasive, neurochirurgiche e psicologiche, oltre a tutta la gamma di terapie farmacologiche - che permettono di combattere il dolore in moltissimi casi.

A questa capacità viene attribuito dalla nostra cultura un valore altamente positivo. Alla legittimità culturale ed etica riconosciuta alla lotta contro il dolore risponde l'inserimento delle azioni rivolte a tale fine tra le priorità del servizio sanitario pubblico. Il Piano sanitario nazionale per il triennio 1998-2000, che si propone come un "patto di solidarietà per la salute", individua l'assistenza alle persone nella fase terminale della vita tra gli obiettivi da privilegiare. Nell'ambito del quarto obiettivo - "Rafforzare la tutela dei soggetti deboli" - il Piano indica l'assistenza alle persone affette da patologie evolutive irreversibili, per le quali non esistono trattamenti risolutivi. Nell'ambito del patto di solidarietà, la sanità pubblica si impegna a fornire a queste persone "un'assistenza finalizzata al controllo del dolore, alla prevenzione e cura delle infezioni, al trattamento fisioterapico e al supporto psicosociale". Tra le azioni da privilegiare il Piano individua l'erogazione di assistenza farmaceutica a domicilio tramite le farmacie ospedaliere e il potenziamento degli interventi di terapia palliativa e antalgica.

Occorre ricordare che la lotta contro il dolore appartiene all'intera storia della medicina. A metà del secolo XIX si è sviluppata l'anestesia con etere e cloroformio, ulteriori traguardi sono stati raggiunti con l'impiego di cocaina, morfina e loro derivati. Successivamente sono stati approntati farmaci più efficaci contro il dolore e si è provveduto a curare il sintomo come prioritario e come male in sé.
La psicoterapia, la psicoprofilassi al parto, l'agopuntura e altre tecniche sono state anch'esse utili ad eliminare la paura e l'ansia legata ad esso.

Eppure la lotta contro il dolore è gravata in Italia da molte insufficienze. Rispetto agli indicatori stabiliti dall'OMS per valutare se un paese sta di fatto attuando un'analgesia efficace - consumo di farmaci oppiacei, in particolare la morfina - l'Italia occupa uno degli ultimi posti in Europa, anche a causa di norme che, introdotte a suo tempo per limitare l'uso e l'abuso di sostanze stupefacenti, hanno ostacolato la prescrizione e l'impiego di farmaci antalgici efficaci (in particolare gli oppioidi), fino ai sostanziali cambiamenti introdotti dalla recente legge 8 febbraio 2001, n.12, "Norme per agevolare l'impiego dei farmaci analgesici oppiacei nella terapia del dolore".
L'attenzione sbilanciata da parte della medicina agli obiettivi della cura e della guarigione rispetto alla palliazione e all'alleviamento del dolore e delle sofferenze causate dalle patologie è un fenomeno molto diffuso a livello mondiale. Il Rapporto dello Hastings Center - Gli scopi della medicina: nuove priorità, 1997 - rileva che "l'alleviamento del dolore e della sofferenza è uno dei più antichi doveri del medico e un obiettivo tradizionale della medicina. Senonchè in tutto il mondo la medicina contemporanea non soddisfa in modo adeguato questo suo compito. Per molti anni diversi studi hanno mostrato che i medici intendono e perseguono l'attenuazione del dolore con gradi di efficienza molto vari. Interventi inadeguati o impropri di mitigazione del dolore sono ancora molto comuni".

Evoluzione dei codici deontologici
Gli orientamenti bioetici e le nuove prospettive morali della medicina hanno influenzato in larga misura il pensiero medico ispirando importanti cambiamenti nel codice deontologico della professione medica. A ciò hanno anche contribuito i pareri più volte espressi dal Comitato Nazionale per la Bioetica nei documenti pubblicati, tra i quali: Parere del CNB sulla proposta di risoluzione sull'assistenza ai pazienti terminali (6 settembre 1991), Bioetica e formazione nel sistema sanitario (6 settembre 1991), Informazione e consenso all'atto medico (20 giugno 1992), Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana (14 luglio 1995).

L'evoluzione del codice in tema di terapia del dolore si è sviluppata a partire dal codice di deontologia medica approvato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri il 15 luglio 1989. L'art. 44, capo V, prevedeva l'obbligo per il medico, "in caso di malattie a prognosi sicuramente infausta e pervenute alla fase terminale", del rispetto della volontà del paziente, dovendo la sua opera limitarsi "all'assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutile sofferenza, fornendo i trattamenti appropriati e conservando per quanto possibile la qualità di una vita che si spegne".

Tale concetto veniva ripreso con maggior vigore dall'art. 14 nella edizione del codice deontologico del 24 giugno 1995: "I trattamenti che comportino una diminuzione della resistenza fisica o psichica del malato possono essere attuati previo accertamento delle necessità terapeutiche, al fine di procurare un concreto beneficio clinico al paziente o di alleviarne le sofferenze".

Significativi passi avanti sono stati compiuti con l'ultima edizione dell'ottobre del 1998. Il capo V dopo aver premesso che "Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti diretti a provocare la morte" (art.36), affronta il tema dell'assistenza al malato inguaribile: "In caso di malattia a prognosi sicuramente infausta e pervenuta alla fase terminale, il medico deve limitare la sua opera alla assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutili sofferenze, fornendo al malato i trattamenti appropriati a tutela, per quanto possibile, della qualità della vita. In caso di compromissione dello stato di coscienza, il medico deve proseguire nella terapia di sostegno vitale finché ritenuta ragionevolmente utile" (art.37).
L'art. 14 vieta l'accanimento diagnostico-terapeutico, mentre l'art.15 ammette che "i trattamenti che comportino una diminuzione della resistenza vitale possono essere effettuati al fine di procurare un vantaggio al paziente e alleviarne le sofferenze".
Ai sensi dell'art. 20, II° comma, "Il medico non può abbandonare il malato incurabile ma deve continuare ad assisterlo anche al solo fine di lenirne la sofferenza fisica e psichica".

In definitiva il codice deontologico italiano ha fatto una scelta irreversibile, nel rispetto della volontà del paziente, escludendo terapie sproporzionate rispetto alla necessità e tutela della dignità della persona, cui va assicurata la sedazione del dolore.
L'attuale codice deontologico della professione infermieristica si ispira ai medesimi principi con importanti cambiamenti che si registrano nell'evoluzione dei codici: mentre la versione del 1977 indicava come dovere dell'infermiere quello di aiutare il paziente a "sopportare la sofferenza", nella recente versione del codice del 1999 viene indicato come dovere quello "di attivarsi per alleviare i sintomi, in particolare quelli prevenibili" della malattia (art. 4-14), tra i quali ha un ruolo prevalente il dolore.

La filosofia che è alla base dell'Associazione "La Betulla Onlus" non si discosta da quella di ogni altro tipo di volontariato assistenziale. Essa si fonda su principî etici generali quali:
Principio di volontarietà: i volontari appartengono liberamente all'Associazione;
Principio di gratuità: la loro dedizione é frutto di un impegno individuale liberamente assunto, non essendo attivo alcun obbligo esterno a compiere l'opera di assistenza alla quale si sentono chiamati;
Principio di solidarietà: i volontari rispondono liberamente alle necessità e ai bisogni altrui, mossi unicamente dalla volontà di compatire e operare concretamente in tal senso;
Principio di complementarità: i volontari operano evidentemente in una società che non è obiettivamente in grado di svolgere talune funzioni di assistenza al cittadino; così facendo essi arricchiscono un patrimonio di equità e di solidarietà sociali;
Principio di integrazione personale: i volontari si propongono di dare in opere e in assistenza, nella piena, libera coscienza che la loro azione li ripaghi sul piano dell'esperienza umana;
Principio di preparazione: i volontari si propongono, ciascuno per le proprie singole capacità, di mettere a disposizione dell'altrui bisogno tanto la loro formazione quanto le loro conoscenze specifiche, con ciò assicurando all'Associazione la loro individuale capacità di affrontare con il loro intervento le diverse situazioni via via affrontate;
Principio di associazionismo: i volontari cooperano in piena concordia tra loro, privilegiando le esigenze del gruppo rispetto a quelle individuali, sempre e comunque nel totale rispetto delle proprie disponibilità;
Principio aconfessionale: l'Associazione opera nel totale rispetto delle diversità di culto.

Diritti del malato. Il diritto alla salute si colloca tra i diritti umani fondamentali e imprescindibili. Ne deriva che il malato sia soggetto degli stessi diritti universali di tutti gli uomini, in ogni modo considerando che nei suoi confronti vada vieppiù dedicata una maggiore sensibilità e solidarietà.

Riservatezza. Nel corso dell'opera volontaria di assistenza al malato, va tenuto in gran conto l'elemento della riservatezza, intesa come valore alle cui basi vi siano tre elementi fondamentali: l'intimità, il segreto e la fiducia. Il rispetto per le persone esige il rispetto dell'intimità del paziente, cioè di quella particolare sfera in cui ognuno si spiega a se stesso, si riconosce, afferma e lega la propria identità. Il rispetto all'intimità di ognuno rende possibile la convivenza sociale nella molteplicità dei singoli individui. Il velo del segreto tutela il rispetto reciproco e apre il cammino alla fiducia, via di accesso all'intimità dell'altro. Rispetto reciproco e fiducia aprono la porta al diritto di comunicare i propri segreti con la garanzia che non saranno rivelati. In questo consiste l'obbligo del segreto professionale in cui si dà per supposto e rimane implicito l'impegno di non divulgare ciò che si é conosciuto nell'esercizio della professione. L'obbligo del segreto coesiste con l'obbligo di svelarlo quando non vi sia altro modo di evitare il danno ingiusto a un'altra persona e/o alla società, per esempio, per evitare il contagio o un altro male da cui la società non può liberarsi senza conoscere il segreto. L'assistenza volontaria prevede naturalmente che tale operasi sia esercitata in équipe. Si costituisce allora il segreto condiviso che esige speciale cura da parte di tutti perché non ne risulti pregiudicata l'intimità del malato. Sarà cura di ciascun volontario sensibilizzarsi al fine di percepire i vari modi con cui il diritto alla riservatezza e all'intimità sia violato. In ogni caso mai dev'esser violato il principio di autodeterminazione del malato, allorché ad esempio egli manifesti il desiderio di restare solo con se stesso.

Veracità. Il diritto del malato a conoscere la verità va di pari passo con quello già analizzato relativo al segreto. Essi sono complementari e forniscono il più solido appoggio alla necessaria fiducia del volontario ma entrambi possono entrare in conflitto in rapporto al motivo fondamentale della relazione assistente-assistito: l'alleviamento del dolore psico-fisico. In qualsiasi ipotesi la decisione concreta deve fare attenzione al bene della persona del malato, considerata nella sua integrità.

Il diritto di ogni uomo a conoscere la verità sulle cose che lo colpiscono e il corrispondente obbligo di informarlo stanno alla base della convivenza. Non solo la menzogna ma anche la mancanza di sincerità distrugge la fiducia, tanto necessaria nella relazione interpersonale.
Come primo punto deve considerarsi prioritario il diritto a conoscere la verità sullo stato della propria salute da parte del malato, ma non a scapito di ciò che a lui conviene come persona. Alcune volte vi sono motivi di vero amore per tacere: gli creeremmo un danno inutile. Tuttavia non é onesto tacere solo per fuggire semplicemente dalla propria difficoltà. Se si ha tatto nel modo di dire la verità si può sempre aiutarlo. Il medico non deve attenersi all'obbligo generale di dire la verità senza prestare attenzione al possibile conflitto di interessi nel malato, in modo particolare quello della sua salute, motivo della relazione stabilita tra entrambi

Vanno in ogni caso sempre rispettati: la fermezza del paziente e la sua forza d'animo, le sue convinzioni personali e il suo equilibrio psichico, così come il tipo di relazione che esiste tra il tale medico e il tal malato. Così pure non é possibile trascurare le circostanze economiche, familiari e sociali che coinvolgeranno il paziente nel corso dell'assistenza volontaria.

Il diritto del malato a conoscere la verità é indispensabile, soprattutto, quando questi deve prendere una decisione responsabile. In ogni caso è compito del volontario consultarsi sempre con il medico curante in modo da decidere decidere, sempre di concerto, le più opportune modalità di comunicare la verità, sì che che il malato possa comprendere gli elementi più significativi per prendere una decisione saggia. A volte anche il paziente necessita di tempo per farsi carico dei vari elementi.

La conoscenza certa di una morte inevitabile e prossima deve essere comunicata al malato qualora egli ne faccia esplicita richiesta o faccia chiaramente intendere tale desiderio al fine, ad esempio, di realizzare consapevolmente l'ultimo tratto della sua esistenza terrena. Altresì, lasciargli qualche speranza può essere d'aiuto ma non può dimenticarsi che, abbandonando falsa speranza possiamo cedere il passo a un altro tipo di speranza che gli permetta di assumere la verità con maggiore respiro e realizzarsi così pienamente come uomo. Questo avviene anche nel caso di persone che non credono nella vita futura ma che hanno saputo dare un senso alla propria vita in relazione agli altri. L'ambigua espressione "diritto del paziente a morire" ha un significato reale: nessun essere umano deve esser privato del diritto a vivere la sua propria morte, coronando così la realizzazione della sua vita attraverso di essa.

Si opterà di velare la verità al paziente quando questi si dimostrerà incapace di sopportarla. Il diritto alla verità cessa qualora dovesse precipitare il malato nella disperazione fatalista e nell'annullamento del proprio essere, qualora -cioè-fosse recepita solo come una condanna a morte senza ragione e senza senso.

Il titolare del diritto a conoscere la verità é il malato, sempre che sia adulto e padrone di sé. Quando non é capace di assumersi la propria responsabilità per non aver acquisito la necessaria maturità o per qualsiasi altra causa, l'informazione richiesta deve esser comunicata a chi deve o può prendere decisioni in suo nome, a titolo di fiduciario, come la persona più interessata al bene del paziente. Se questi dovesse essere capace, si deve dire a familiari e congiunti, secondo il nostro criterio ragionevole, solo quello che il malato desidera comunicare loro.
Tanto nel soddisfare il diritto alla verità, come nel rispettare il dovere del segreto si deve tener conto del rispetto dovuto alla libertà della coscienza propria del malato e anche del medico.

Il dovere di garantire a tutti una morte degna dell'uomo comporta in ogni caso la sua cura fino all'ultimo istante di vita. La profonda differenza che esiste tra terapia (cure) e cura (care) fa sì che non vi siano malati in-curabili, anche se ve ne sono alcuni inguaribili. L'alimentazione parenterale, la detersione delle ferite, l'igiene corporea, le adeguate condizioni ambientali sono diritti ineludibili di cui ogni malato non può essere privato fino agli ultimi istanti della sua esistenza.

La morte non è un fenomeno estraneo, che debba essere emarginato, ma parte integrante del corso della vita, particolarmente importante per la realizzazione piena e trascendente del malato. Conseguentemente ogni malato deve esser soddisfatto nel suo diritto a non essere impedito, anzi facilitato, nell'assumere responsabilmente, in armonia con la sua religione e il suo senso della vita, l'evento della propria morte. Ad esso si opporrebbe l'occultare la verità o il privarlo, senza vera e urgente necessità, delle sue abituali relazioni con la famiglia, gli amici, la comunità religiosa e ideologica.

Naturalmente questo comporta il vivere con piena responsabilità e dignità il momento della propria morte. Se, da un lato, questo non può essere direttamente provocato, dall'altro non si deve insistere in trattamenti che non influiscono significativamente sul prolungamento della vita o sulla sua qualità, protraendo solo l'agonia in un inutile accanimento terapeutico. Ognuno ha diritto a morire con dignità e serenità senza inutili tormenti, ponendo in atto tutti e solo i trattamenti che appaiano effettivamente proporzionati.

Cure palliative . Possiamo dire che l'uomo, fin dai primordi, abbia praticato cure palliative tutte le volte che si è fatto carico della fase "terminale" di un malato supportandola con tutti i rimedi disponibili ma anche aiutandolo, confortandolo, accompagnandolo alla morte. Oggi abbiamo una concezione più elaborata di tali cure unitamente a una loro specifica strutturazione operativa (negli hospices, nelle unità di cure palliative, ecc.) che ci consentono di non abbandonare al suo destino il paziente affetto da una patologia inguaribile. Le cure palliative si presentano così come "cure totali" offerte alla persona in una globale relazionalità di aiuto che si fa carico di tutti i suoi bisogni assistenziali.
In realtà la cura palliativa è esattamente quello che c'è da fare per quel malato. Non sarà certo la guarigione, perché questa è impossibile ma tutta una serie di provvedimenti  (a  volte  anche tecnicamente impegnativi) per garantire una buona qualità della vita,  per il tempo in cui questa gli rimane.

Nell'occuparsi di pazienti in una fase avanzata della loro malattia, l'Associazione predispone, nei limiti della propria capacità operativa, interventi di assistenza palliativa destinati a rendere più sopportabile al paziente la fase finale della malattia e, nello stesso tempo, assicurare al paziente un accompagnamento umano adeguato.
La dignità di ogni essere umano é il fondamento della sua dignità dinanzi agli uomini e a se stesso. E' la ragione ultima della fondamentale uguaglianza e fraternità tra gli uomini, indipendentemente dalla razza, dal popolo, dal sesso, dalle origini, dalla cultura  e dalla classe sociale. E' il motivo per cui un essere umano non può usare di un altro essere umano come di una cosa. Al contrario deve trattarlo come essere autonomo e responsabile di se stesso mostrandogli rispetto.
Da ciò conseguono pure il diritto e il dovere dell'autostima e dell'amore verso se stessi. Di conseguenza dobbiamo considerarci un valore per noi stessi e assumere responsabilmente la cura della nostra salute.
Il rispetto deve essere universale. Il rispetto della dignità della persona umana esige che ciascuno, senza alcuna eccezione, deve considerare il prossimo come "altro sé" curandosi in primo luogo della sua vita e dei mezzi necessari per poterla vivere degnamente. Bisogna affermare che la dignità di ogni essere umano é tale quali che siano le anomalie da cui può essere affetto, le limitazioni che può presentare o l'emarginazione sociale a cui può vedersi ridotto.
Il rispetto della dignità della persona umana é latente nella filosofia e nelle crescente coscienza internazionale sull'ampia gamma dei diritti umani.

La vita é sacra certamente, ma é altrettanto importante la qualità di questa vita, cioè la possibilità di viverla umanamente e dandole un senso. Non esiste il dovere di conservare la vita in condizioni particolarmente penose.
Non tutti i trattamenti che prolungano la vita biologica risultano umanamente benefici per il paziente come persona. Gli individui non hanno il dovere di accettare mezzi sproporzionati per conservare la vita. In ogni caso, si potrà valutare se i mezzi sono proporzionati o sproporzionati tenendo conto delle condizioni fisiche e psichiche del malato e comparando: il tipo di terapia; il grado di difficoltà e di rischio che comporta; una ragionevole fiducia nell'esito; il livello di qualità di vita che ne deriva (vista dalla prospettiva del paziente); la durata della sopravvivenza; i disagi (propri e dei familiari) che il trattamento e le conseguenti spese porteranno con sé. 
Dovere del medico e dei volontari operanti nel settore è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell'Uomo e il sollievo della sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza discriminazioni di età, di sesso, di razza, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia, in tempo di pace come in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera. La salute è intesa nell'accezione biologica più ampia del termine come condizione, cioè di benessere fisico e psichico della persona.

Il medico e i volontari, nell'esercizio della loro attività, devono attenersi alle conoscenze scientifiche e ispirarsi ai valori etici fondamentali, assumendo come principio il rispetto della vita, della salute fisica e psichica, della libertà e della dignità della persona; non devono soggiacere a interessi, imposizioni e suggestioni di qualsiasi natura. Va risolutamente denunciata all'Ordine ogni iniziativa tendente a imporre comportamenti non conformi alla deontologia professionale, da qualunque parte essa provenga.

Nessuno, anche su richiesta del malato, può effettuare o favorire trattamenti diretti a provocarne la morte.
In caso di malattie a prognosi sicuramente infausta o pervenute alla fase terminale, si deve limitare la propria opera all'assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutili sofferenze, fornendo al malato i trattamenti appropriati a tutela, per quanto possibile, della qualità di vita.
In caso di compromissione dello stato di coscienza, il medico deve proseguire nella terapia di sostegno vitale finché ritenuta ragionevolmente utile.


Fatti Concreti Cure Palliative
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Migliori cure palliative per le persone anziane
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Siamo una associazione onlus che opera a Roma e provincia Gestiamo un centro di orientamento per famiglie di malati inguaribili in fase cronica avanzata e malati terminali, in particolare oncologici e neurologici. Ci occupiamo di cure palliative, assistenza domiciliare per malati oncologici terminali, assistenza domiciliare malati inguaribili in fase cronica avanzata, assistenza domiciliare per malati di alzheimer in fase terminale, assistenza domiciliare per malati terminali di cancro, assistenza domiciliare per malati di sclerosi laterale amiotrofica in fase terminale, assistenza domiciliare per malati di sclerosi multipla terminali, assistenza domiciliare per malati di distrofia muscolare in fase terminale, assistenza domiciliare per malati di parkinson in fase terminale.
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